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Comandante partigiano, parlamentare, sindaco di Sarzana
Anelito Barontini, figlio di Giuseppe e di Denise Rossi, era il primogenito di quattro fratelli: Anelito, Arturina, Antenore ed Aladino. Il padre, che lavorava nelle ferrovie dello stato come deviatore, verso il 1910, dalla vicina Toscana fu trasferito a Sarzana, dove venne ad abitare “sotto alla passerella” (l’attuale Crociata).
Quando Denise, rimasta incinta del primo figlio, stava per partorire, volle ritornare al paese natio dai suoi
genitori ed è per questo che Anelito nacque a Castagneto Carducci, il 21 aprile 1912.
All’età di sedici anni gli morì il padre, appena quarantaduenne, così il ragazzo divenne di fatto il capofamiglia; perciò, per aiutare la madre, lasciò gli studi (sesta elementare) ed andò a lavorare nell’officina Menchelli di Sarzana.
Poi venne assunto come operaio specializzato, con la funzione di tornitore al tritolo, nello stabilimento di Valdilocchi, alla Spezia, che lavorava per l’arsenale.
Ma dopo un po’ lo licenziarono in quanto, non avendo aderito al partito fascista, non ne possedeva la tessera.
Nel 1931 Barontini entrò nel PCI clandestino, detto anche “fronte interno”, nel quale assunse crescenti responsabilità, sia a livello provinciale, sia a livello regionale.
Scoperto, nel 1937 venne arrestato insieme ad altri 70 giovani appartenenti alla stessa organizzazione, tra cui Paolino Ranieri.
Ad alcuni di loro venne data solo un’ammonizione, e poi furono liberati.
Altri furono mandati al “confino” su un’isola (Ponza, Tremiti, Ventotene).
Invece Anelito Barontini, Paolino Ranieri, Dario Montaresi, Alfio Forcieri, Guglielmo Vesco ed altri di Arcola e della Spezia furono deferiti al Tribunale Speciale fascista per la difesa dello Stato.
Barontini rimase per quattro mesi in carcere a Villa Andreini, alla Spezia; quindi fu trasferito a Roma, a Regina Coeli, ove rimase per circa nove mesi in attesa del processo.
Nel 1938 il tribunale speciale lo condannò a quattro anni di carcere, come pure Ranieri e Montaresi, mentre Vesco ebbe due anni di condanna e Forcieri fu assolto.
I condannati a quattro anni uscirono dal carcere nel marzo del 1940 anziché nel 1941, poiché usufruirono di un condono speciale, concesso dal re Vittorio Emanuele III in occasione della nascita del nipote Vittorio Emanuele, figlio di Umberto.
Rientrati a Sarzana, Barontini e gli altri vissero per un po’ di tempo in libertà vigilata.
Scaduto tale provvedimento, Anelito andò a lavorare presso l’officina elettromeccanica del sarzanese Mario Guastini, dove si costruivano cassettoni di regolamento di tiro, e che era situata alla Spezia-Migliarina, in via del Canaletto. E lì portò a lavorare anche il fratello minore Aladino.
Intanto la guerra, dichiarata il 10 maggio 1940, imperversava, finché non giunse l’8 settembre 1943 e, con esso, l’armistizio.
Subito, la sera di quello stesso giorno, Barontini, Ranieri e gli altri si riunirono segretamente, discussero il da farsi e decisero di trasferirsi sulle colline per organizzare i primi gruppi di resistenza armata contro i nazifascisti. E così fecero.
Poi Barontini tornò in città per coordinare le Sap e, nel
frattempo, fu nominato anche dirigente del PCI.
Nell’organizzazione della Resistenza, ove prese il nome di battaglia di "Rolando”, egli assunse incarichi importanti, ma non operò più in territorio spezzino, bensì
nella VI zona operativa, alle spalle di Genova.
Però dopo il rastrellamento del 29 novembre 1944 in Val di Magra e la crisi della “prima” brigata Muccini, egli tornò ad occuparsi della sua terra ed il 23 aprile 1945, giorno della liberazione di Sarzana, fu lui che, a nome del CLN, si insediò nel palazzo comunale come sindaco della Liberazione.
I partiti del comitato di liberazione locale (tra i cui responsabili c’era anche un sacerdote, il canonico don Eligio Putti per conto della nascente Democrazia Cristiana) avevano infatti convenuto che tale carica andasse ad un rappresentante del PCI, e ciò era di fatto un riconoscimento per il grande lavoro politico clandestino di Barontini, di Ranieri e degli altri, oltre che per i meriti conseguiti nella lotta partigiana.
Da allora, il sindaco di Sarzana sarebbe sempre rimasto del PCI o dei partiti nati dalla sua trasformazione, PdS e DS.
Barontini, comunque, mantenne l’incarico solo per venti giorni: il 14 maggio 1945 lo lasciò a Goliardo Luciani, altro eroico partigiano, per tornare ad occuparsi a tempo pieno del suo partito, nel quale andò a ricoprire incarichi molto importanti.
Fu parlamentare ininterrottamente dal 1946 al 1968: prima alla Costituente, poi alla Camera dei deputati per tre legislature, infine al Senato dal 1963 al 1968.
Nello stesso tempo, per molti anni, fino al 1971, ricoprì un incarico politico molto delicato: quello di amministratore centrale del PCI e, per un certo periodo, fece anche parte della segreteria nazionale del partito, insieme a Togliatti, Longo, Paietta ed Amendola.
Per questo, anche per motivi di sicurezza personale legati all’incarico di tesoriere del Partito Comunista, si trasferì a Roma con la famiglia.
L’ascesa di Barontini nella scala politica, oltre che per tante altre sue qualità, avvenne anche grazie ad un episodio verificatosi nella sua vita di partigiano, che gli consentì di conquistarsi la stima di Togliatti e di Longo.
Nel dicembre del 1944, infatti, egli ricevette l’ordine di passare il fronte e di recarsi a Roma per contattare gli alleati, il governo Bonomi ed i massimi dirigenti del PCI, tra cui il ministro Palmiro
Togliatti.
Qui giunto, l’allora ministro Casati gli consegnò la somma di cinque milioni di lire dell’epoca (tanti!), dati all’Italia dalle forze alleate allo scopo di riorganizzare la Resistenza in Liguria.
Così Barontini, trasportato di nuovo nella sua zona operativa da un aereo militare, onde evitare posti di blocco nemici, anche se non aveva alcuna esperienza di paracadutismo, si fece paracadutare sui monti liguri con il denaro, che consegnò a chi di dovere fino all’ultima lira.
Fu per tale sua ardimentosa azione, fondata sul coraggio e sull’onestà, così come per altre vicende partigiane che, su proposta del ministro della difesa Lagorio, gli venne conferita la medaglia d’argento al valor militare, registrata alla Corte dei Conti il 27 luglio 1982 e fatta pervenire alla moglie nel novembre del 1983, quando egli, purtroppo, era già deceduto.
Tale medaglia, in seguito, fu donata al Comune di Sarzana dal fratello Aladino ed ora si trova in un quadro appeso ad una parete del centro sociale che porta il suo nome, nel quartiere della Trinità.
Eccone la motivazione:
Barontini Anelito nato il 21 aprile 1912 a Castagneto Carducci (LI).
“Vecchio antifascista militante e fervente patriota, sin dall’inizio della guerra di liberazione metteva in luce nel corso di numerose azioni elevate doti di organizzatore instancabile e capace, infondendo nei suoi uomini ardore e fede nei supremi ideali di libertà.
Nominato commissario della VI zona operativa, si dedicava efficacemente all’inquadramento e al potenziamento delle valorose divisioni e soprattutto svolgeva sempre opera unitaria fra tutti i combattenti del settore.
Animato da purissima fede nella causa dell’indipendenza nazionale continuava fino alla liberazione la sua attività con grande energia, dimostrando notevoli capacità militari e indomito coraggio”.
Le vite di Barontini e della sua sposa furono colpite duramente dalla morte dell’unico figlio Sergio, avvenuta in un incidente stradale.
Quella tragedia portò Anelito ad abbandonare l’incarico di amministratore centrale del partito e, poiché era terminato anche il suo mandato parlamentare, nel 1970 poté tornare a Sarzana, dove erano state sepolte le spoglie dell’amato Sergio, a cui Dina ed Anelito volevano essere vicini.
Nel 1970 venne eletto consigliere comunale e nel 1971 Sindaco di Sarzana, dopo il ritiro di Ranieri, che lo era stato per ben 25 anni.
Lasciato il Comune tre anni dopo, Barontini fu nominato presidente dell’Ospedale San Bartolomeo, proprio in quegli anni in cui prendevano l’avvio i lavori del nuovo ospedale di Santa Caterina, con tutti i problemi connessi e nello stesso tempo l’Italia dava avvio per la prima volta ad una moderna riforma sanitaria.
Lasciato anche questo incarico all’inizio degli anni Ottanta, morì a Sarzana il 10 maggio 1983,
all’età di 71 anni.
L’Amministrazione comunale ha voluto intitolargli il centro sociale del quartiere Trinità-Ponti di ferro, situato all’inizio di via Ronzano.
Testimonianze raccolte da Aladino Barontini, fratello, e da Paolino Ranieri
Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo
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