 |
Partigiana
Le donne che vissero la guerra e la lotta di liberazione andrebbero tutte ricordate ed onorate.
E'
però vero che di loro si è sempre parlato poco.
Eppure sono state soprattutto le donne a sopportare ed a portare le laceranti ferite della
guerra.
Le madri, le spose, le figlie, le sorelle, le fidanzate, pur restando nelle loro case, vivevano
nell'ansia continua per la sorte dei loro uomini, o in lotta, o deportati, o nascosti chissà dove.
Erano loro che, ogni giorno, “affrontavano” il nemico che, entrava di prepotenza nelle loro abitazioni e nelle loro vite, minacciandole, spesso incarcerandole, peggio ancora sfruttandole o stuprandole.
Esse sopportavano tutto ciò con odio silenzioso, sperando che quegli uomini, SS o “Mai morti” che fossero, venissero cacciati al più presto, ma gli anni della guerra di liberazione furono comunque i più lunghi ed i più duri da passare.
Le più ardimentose fecero le staffette, facendo la spola tra la città e la montagna, portando messaggi, informazioni, armi ai partigiani; altre provvidero a preparare castagnaccio e pane nero per i ragazzi dei monti; altre ancora abbandonarono la loro vita e la loro casa e, fedeli ai loro ideali, entrarono direttamente nelle brigate partigiane, combattendo, armi in pugno, contro i nemici nazifascisti.
E' tra queste donne valorose che Sarzana può annoverare Amalia Lidia Lalli.
Nata a Flaibano, in provincia di Udine, in Friuli, nel 1922, da Oscar e da Maria Monino, nel 1943 era residente a Carrara, dove lavorava il padre, geometra Oscar Lalli.
Questi, appartenente al PSI, fu tra i membri fondatori del CLN di Massa - Carrrara; quindi si unì alla Resistenza, ed i suoi figli, Enzo e Lidia, lo seguirono.
La giovane, appena ventitreenne, lasciò l'Università di Pisa, dove frequentava la facoltà di ingegneria, e, nel settembre 1944, entrò a far parte della brigata Muccini, col nome di "Kyra". Dapprima venne utilizzata come crocerossina, per curare e medicare i feriti.
Poi, dimostrando di possedere un grande coraggio, tanto che per due volte riuscì a salvare il fratello dalla cattura dei tedeschi, ella iniziò a prendere parte ad azioni combattenti.
E fu proprio in una di queste che Kyra, come forse avrebbe voluto, trovò la morte.
Una pattuglia partigiana era partita dal comando della brigata, a ridosso di Giucano, con l'ordine di prendere contatti con il comando della IV Zona Operativa ligure, di stanza a Zeri.
Gli anglo-americani avevano infatti comunicato ai partigiani il loro imminente attacco decisivo al fronte, e quindi bisognava passare la notizia.
Per raggiungere i partigiani dello Zerasco, rimasti privi di radio-ricevente, bisognava attraversare la Magra.
E questo compito se lo assunse la Muccini.
Perciò “la sera del 2 aprile 1945 la pattuglia armata, formata da 14 uomini e da una donna, raggiunse la strada della Cisa, guardinga l’attraversò, scese nell’alveo del fiume, dove l’acqua scorreva veloce ed impetuosa, ed affrontò il guado. Ad un tratto, dalla riva opposta, iniziò una fitta sparatoria, alla quale i partigiani risposero.
Era già notte e nel buio, ad un tratto, si udì soltanto un grido, di donna”.
(Da “Nebbia e sole in Val di Magra” di Oscar Lalli)
Quando dunque già quasi si sentiva il rombo dei cannoni alleati vicino alla “linea gotica”, in località Stretta di Stadano, tra Stadano e Noverino di Podenzana, più o meno nei pressi delle Lame di Aulla,
Lidia, in una drammatica azione, cadde, morta, nel fiume.
Intanto, dopo lo scontro con i tedeschi, la pattuglia si disperse, per poi ricongiungersi sulle colline di fronte.
Ma Lidia mancava.
Era buio, però i
suoi compagni, tornati sul luogo del combattimento, la cercarono per lungo tempo, anche se la ricerca risultò vana: il corpo della giovane e coraggiosa partigiana era stato trascinato via dalla corrente del fiume.
A quel punto la pattuglia proseguì e portò a termine la missione assegnatale.
Secondo alcuni, un partigiano della Muccini, all'alba, trovò il corpo di Kyra più a valle.
Invece Oscar Lalli, il padre, scrisse nel libro “Nebbia e sole in Val Magra”:
... “cento metri a valle da dove era avvenuto lo scontro, fu ritrovata il mattino dopo, da due donne che andavano ad Albiano, una giovinetta bionda stesa sul greto...
Le donne nascosero il cadavere in una capanna perché il cannone già tuonava sulla linea gotica.
La giovinetta aveva 23 anni, era laureanda in ingegneria e figlia prediletta di chi scrive”.
Il corpo di Lidia Lalli fu sepolto provvisoriamente in un pianoro vicino a Stadano.
Fu poi recuperato subito dopo la Liberazione ed inumato nel cimitero di Sarzana.
Il 9 maggio 1947 l'Università di Pisa conferì alla giovane la laurea ad honorem in ingegneria, mentre la Repubblica italiana le conferì la medaglia d'argento al valor militare.
Sarzana le ha intitolato a sua volta l'asilo nido comunale che sorge non lontano dalla stazione ferroviaria.
Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo
|
 |