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Partigiano
Giuseppe Picedi Benettini nacque a Sarzana il 28 gennaio del 1923, dal conte Mariano e da Emma Ronco, nella dimora di famiglia situata in via Mazzini, all’allora n. 5.
Era il secondo di quattro fratelli: Paolina, Giuseppe, appunto, Eugenia e Nino Papirio.
Egli fu educato in modo “spartano”, senza godere alcun privilegio proprio del suo rango.
Frequentò la scuola pubblica, assieme a tutti gli altri ragazzi, e tra i suoi migliori amici vi furono i compagni di scuola, i figli dei mezzadri e degli operai che lavoravano per la sua famiglia, ma anche i pescatori di Bocca di Magra ed i cacciatori dell’amato paese di Ceserano.
Giuseppe era molto democratico, aperto, socievole, scherzoso, col sorriso sempre sulle labbra, disponibile
con tutti e molto altruista.
A dimostrazione di questo suo altruismo, ma anche della sua indole decisa e coraggiosa, la sorella ricorda un particolare episodio della giovinezza di Giuseppino.
Durante l’occupazione tedesca di Sarzana, la famiglia Picedi era sfollata a Ceserano, nei pressi di Fivizzano, in provincia di Massa-Carrara, ove possedeva una proprietà.
Come si sa, durante il periodo bellico, i proprietari terrieri erano obbligati a portare “all’ammasso” gran parte dei prodotti dei loro terreni, in particolare il grano, da distribuire, in piccola parte, a chi non possedeva nulla, dietro presentazione della “famosa” tessera.
Giuseppino, appena diciannovenne, un giorno, ebbe l’idea, ma anche il coraggio, di proporre al podestà di Fivizzano la distribuzione dei viveri solo tra la popolazione di Ceserano, cosicché ogni famiglia del paese
potesse avere più cibo.
Ed inaspettatamente la sua proposta fu accolta, con grande gioia dei paesani, che per lui nutrivano grande affetto e stima.
Essi, infatti, lo avevano visto crescere tra di loro ogni autunno, stagione che la famiglia Picedi era solita trascorrere, ogni anno, nel paesino lunigianese; ne conoscevano l’indole buona, il carattere mite e nello stesso tempo forte, la dolcezza, la simpatia.
E qui Giuseppe, divenuto un grande amatore della caccia, frequentemente si inoltrava all’interno delle zone boschive, unendosi ai gruppi dei cacciatori locali, in cerca di selvaggina; così come, qui, amava fare lunghe cavalcate.
Nello sguardo assorto e luminoso della sorella, che evoca questi particolari momenti, pare quasi di scorgere il giovinetto che galoppa tra i valloncelli ed i pendii delle colline ceseranesi, in groppa alla sua cavallina Stellina.
Il suo carattere ed il suo modo di fare e di comportarsi, dunque, gli attiravano le simpatie di quanti lo conoscevano e degli stessi coetanei.
Trascorse la maggior parte dei suoi i primi dieci anni di vita nella villa del Chioso di Arcola, da cui proveniva la sua nobile famiglia, e frequentò la scuola elementare del paese fino al 1933.
Negli anni a seguire, la famiglia Picedi, d’inverno, si spostava a Sarzana per far frequentare ai ragazzi la scuola superiore e Giuseppe vi frequentò il ginnasio, mentre a Massa frequentò il liceo. Dopo il conseguimento della maturità, Giuseppino, chiamato affettuosamente Peppo, si iscrisse all’Università degli Studi di Genova, città dove abitavano i Ronco, suoi nonni materni, scegliendo la facoltà di ingegneria.
In seguito si trasferì all’Ateneo di Pisa; ma dopo l’8 settembre 1943 la situazione italiana precipitò divenendo intollerabile; per cui egli, di principi democratici e liberali, all’età di 20 anni, abbandonò gli studi e le tranquille passeggiate sui lungarni pisani e, ricco di ideali e di entusiasmo, cominciò a pensare seriamente di arruolarsi nelle brigate partigiane, con l’amico sarzanese Franco Franchini.
Ed a soli 21 anni entrò a far parte dell’organizzazione partigiana.
Dunque, egli lasciò la sua casa e cercò di raggiungere la Brigata Iulia, Banda Vampa, cui era stato destinato e che operava sull’Appennino Tosco-Emiliano.
Come nome di battaglia scelse "Penola", perché questo era l’affettuoso appellativo con cui i compagni universitari di Genova lo chiamavano, data la sua notevole statura; infatti, in genovese, penola significa “pennone da nave”.
Durante il cammino per raggiungere Berceto, lungo la strada della Cisa, Penola venne a trovarsi in mezzo ad un vasto rastrellamento, effettuato dai nazifascisti come azione di rappresaglia contro una brillante azione partigiana in Val di Taro.
Il giovane, come sarebbe stato logico, per evitare il rischio di essere catturato, avrebbe potuto tornare indietro.
Invece egli, con la forza ed il coraggio che lo contraddistinguevano, si avventurò sui monti a lui sconosciuti, finché non si imbatté in un gruppo di partigiani della Cisa ai quali si unì; fu inseguito per diversi giorni dai tedeschi, cosicché fu costretto a rimanere nascosto tra i boschi dell’Orsaro e, con i suoi nuovi compagni, si nutrì, per quattro giorni, soltanto di mirtilli e di fragole.
Penola iniziava, così, la sua vita di partigiano.
Una simile prova, che, soprattutto alla prima esperienza, avrebbe fatto desistere chiunque, non scoraggiò Peppo.
Finito il rastrellamento, il giovane divenne più che mai battagliero e decise di rimanere con quei partigiani che, con lui, avevano sofferto i disagi di quei terribili momenti.
Così rimase nella zona tra Pracchiola e Casellina, alle sorgenti della Magra, zona povera di tutto, tranne che di “pattona” [Ndr Focaccia di farina di castagne].
Fu in questo periodo che la famiglia non ebbe più notizie di lui, come pure il suo amico Franco, che non lo vide raggiungere la brigata cui era stato destinato.
Un bel giorno, però, si presentò in casa Picedi una contadina inviata da Giuseppe, affinché portasse sue notizie ai familiari che, in tal modo, furono rassicurati sulla sua sorte.
Ma era troppo grande il desiderio della giovane Eugenia di rivedere l’amato fratello! Così, facendosi accompagnare dalla stessa contadina, che conosceva bene le stradine nascoste tra i boschi, a piedi, ella si recò nel paesino, quasi vicino al passo della Cisa, dove si trovava Peppo.
E, lì, i due fratelli si incontrarono, stringendosi in un lungo, silenzioso ed interminabile abbraccio, dal quale traspariva una tenerezza infinita.
Pareva quasi che i due intuissero che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui si sarebbero potuti abbracciare.
Alla fine dell’incontro, Eugenia, come se presagisse il futuro dramma, ripartì, assai sconsolata, alla volta di Ceserano.
[...] Giuseppino rimase con il distaccamento della Cisa fino ai primi di agosto, e per lui “le cime del monte Marmogna e dell’Orsaro, così come le scoscese balze del versante sud del m. Sillara e la lunga cresta del Bragalata, fino alle lontane propaggini del Succiso e del Cerreto, divennero familiari, per le quotidiane camminate che, come staffetta, dovette fare.
A volte il comando perdeva i contatti con lui, durante le numerose missioni che gli venivano affidate e che egli portava a termine con coraggio e diligenza. Poi, quando i commilitoni perdevano, ormai, la speranza di
rivederlo, Penola compariva all’improvviso davanti a loro, sorridente, come se nulla fosse successo”.
Poi la brigata Iulia lo destinò presso il comando unico parmense, come suo uomo di fiducia.
In seguito, grazie alle sue brillanti e numerose missioni, Giuseppe Picedi Benettini fu promosso ufficiale di collegamento con il comandante unico: Pablo.
Il suo comandante Giuseppe Molinari (Birra) lo definì “partigiano esemplare e di vedute estremamente libere, conscio che il suo contributo avrebbe portato la libertà in Italia”.
Anche dai suoi compagni di pattuglia era stimato e benvoluto per il suo altruismo, la sua franchezza e la sua lealtà.
Dopo la sua morte, le numerose lettere che gli amici gli scrissero, per commemorarlo, sono la testimonianza di quanto sopra affermato.
Penola, dunque, condusse “vita di rischi e di disagi, di interminabili camminate, di continui spostamenti, che fruttavano rastrellamenti a rotazione”.
Nei primi giorni di ottobre, secondo gli ordini del comando alleato, i partigiani discesero verso il piano.
La sede del comando, dopo tanto peregrinare, venne fissata a Bosco di Corniglio, non lontano da Berceto, e, finalmente, dopo tanto tempo, essi poterono vivere in una vera casa: un albergo - rifugio poco lontano dal Lago Santo e dalle sorgenti della Magra, l’albergo Ghirardini.
Ma intanto si stava avvicinando il fatidico momento dell’attacco nemico al comando di Bosco di Corniglio, l’annientamento del quale era già stato previsto dal programma del generale Kesselring, fin dal primo ottobre.
Secondo alcuni, tale attacco era ritenuto come la conclusione di una settimana di lotta contro le bande partigiane, ordinata, appunto, dal maresciallo tedesco.
Questa azione conclusiva fu preparata nella massima segretezza, tanto che le stesse truppe non ne dovevano sapere nulla, mentre i comandanti conoscevano le azioni effettive solo all’ultimo momento; quelli italiani, addirittura, non ne furono informati.
Alcuni ritengono che in tale attacco vi fosse anche la determinazione di annientare un gruppo di ufficiali e di personalità politiche del CLN i quali, dal 14 ottobre 1944, erano stati convocati nella sede del comando unico, situato nel fabbricato dell’ex milizia forestale, accanto all’albergo Ghirardini; in quest’ultimo erano alloggiati i componenti del comando stesso, tra cui Pablo, Penola, altri ufficiali ed alcuni componenti del CLN provinciale.
Proprio ai primi di ottobre Armano Tognocchi ebbe l’occasione di incontrare Penola a Bosco.
Lo vide molto soddisfatto del nuovo incarico, fiero della fiducia accordatagli dal suo comandante, deciso nell’attesa delle battaglie finali per la Liberazione, ma anche ansioso di riprendere i suoi studi universitari e, quindi, la sua vita normale.
Ma il fato aveva deciso diversamente.
Il comando si trovava a Bosco solo da 13 giorni; Franchini e Penola, che vi avevano pernottato solo tre o quattro notti, poichè ognuno era sempre impegnato fuori, in qualche missione, erano rientrati alla base proprio la sera del 16 ottobre.
Prima giunse Giuseppino, proveniente da Valmozzola, poi Franco, proveniente dalla Cisa.
E pensare che, prima del rientro, Peppo aveva incontrato l’amico partigiano Fiori che lo aveva scongiurato di non partire in quella serata da lupi! Se il giovane gli avesse dato retta, forse, si sarebbe salvato!
Ma Penola, sempre ligio al dovere, ritenne opportuno rientrare al comando.
I due giovani, dunque, quella sera, ritrovatisi davanti al fuoco, cominciarono a parlare ed a scherzare tra loro; poi Franco si complimentò con Peppo per la magnifica pistola che gli aveva donato il colonnello inglese Bayer, dicendogli le seguenti parole: “A lei, perché la stimo un vero soldato”.
Intanto “a mezzanotte, fra il 16 ed il 17 ottobre, una colonna tedesca, composta da circa 150/170 uomini, mosse dal vicino passo del Cirone verso Berceto, con l’obiettivo di piombare di sorpresa, alle prime luci dell’alba, sul comando partigiano”.
I nazisti reclutarono un carbonaio ed alcuni mulattieri del posto, costringendoli a far loro da guida; ma questi, “fingendo di aver smarrito il sentiero, fecero far loro giri viziosi, sperando che, nel frattempo, qualcuno mettesse sull’avviso i partigiani”.
Ed una staffetta giunse alla sede del comando, ma solo un quarto d’ora prima dell’arrivo dei tedeschi!
Per i patrioti era, ormai, troppo tardi per evitare l’attacco.
Nel momento in cui i nemici, entrati in paese, restringevano l’accerchiamento, Pablo si trovava nella sede del comando, accanto all’albergo, e Penola nel seminterrato dell’albergo stesso.
Essi, quindi, avrebbero potuto fuggire, come fecero quasi tutti gli altri; i due, invece, preferirono salire in albergo a prendere le loro armi per combattere contro gli invasori.
Dapprima fecero fuoco dalla parte anteriore dell’albergo e, mentre sparavano, si spostavano da una finestra all’altra, per ingannare il nemico sul numero di partigiani presenti, ma anche per consentire ai compagni una via d’uscita attraverso il vicoletto sul retro, che conduceva ad un bosco di castagni, cosa che essi fecero, in quanto la resistenza risultava ormai impossibile: cominciavano a farsi sentire le raffiche di
mitraglia ed i tedeschi erano già riusciti a raggiungere le scale dell’albergo Ghirardini.
Franco fu catturato e portato via, anche se, in seguito, riuscì a fuggire ed a ritornare a Bosco, dove seppe della fine eroica dell’amico.
Invece, finita la sparatoria sul davanti dell’edificio, Penola, carico di munizioni, entrò nella sua stanza e vi si barricò, sparando ininterrottamente contro i nemici per ore ed ore, tenendo testa alle truppe tedesche fino all’ultimo caricatore del suo fucile mitragliatore.
Anche le SS germaniche, a loro volta, crivellarono di colpi ogni parete ed ogni oggetto della stanza, finché un proiettile colpì al capo anche Penola, magnifico combattente, che cadde sul pavimento, dopo essersi battuto eroicamente sino alla fine.
Anche Pablo subì la stessa sorte.
Ora, sul marmo posto sulla facciata dell’albergo Ghirardini, a Bosco di Corniglio, si legge un’epigrafe che “tramanda ai posteri i nomi di quegli eroi che col supremo sacrificio attestarono la santità della fede. I superstiti tradussero il fiero ammonimento nella vittoria che redense quella terra dall’onta indegna e straniera riconsacrandola libera e civile”.
Un anno dopo la fine della guerra,
“Il LAVORO NUOVO”, la domenica 24 novembre del 1946, riportò la notizia che, due giorni prima, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, all’Università di Pisa era stata conferita a Giuseppe Picedi Benettini, nipote del senatore Ronco, e ad altri studenti dell’Ateneo, immolatisi per la causa della libertà, la laurea “ad honorem”.
Il 25 Aprile del 1947, ad Arcola, uscì il numero unico “il garibaldino”, edito dall’Anpi comunale, nel quale vennero riportate le foto dei caduti del comune e, tra queste, spiccava la foto di Peppo, amato anche dagli arcolani.
Il 29 maggio del 1948 l’Università degli Studi di Pisa pubblicò l’elenco dei caduti nella guerra 1940-1945 appartenuti a quella stessa Università e, tra gli studenti, compare il nome di Picedi Benettini.
In anni più recenti, in occasione della cerimonia svoltasi a Baccano di Arcola, presso la villa Picedi-Benettini, per ricordare, con una lapide, il martirio di Giuseppino, il quotidiano “L’AVVENIRE”, nella pagina “Spezia sette”, pubblicò il “ricordo” di un suo coetaneo ed amico, mons. Giovanni Chiaradia, sotto il titolo: “PARTIGIANO PENOLA, ESEMPIO SULLA VIA DELLA PACE”, di cui si riporta un breve, significativo passo.
“… Giuseppino Picedi – Benettini, il giovane dal comportamento distinto, dalla nobiltà vera ereditata dagli avi, non ebbe dubbi di vivere negli anfratti della montagna per cacciare il nemico della civiltà.
Sapeva che avrebbe incontrato la morte, nascosta dietro ogni albero.
Lui è rimasto così giovane e bello: è diventato non una lapide nel muro, ma un libro di mille pagine da meditare urgentemente in questo nostro tempo decadente ed insulso.
Noi, suoi coetanei, non siamo più giovani: il tempo inesorabile ci prepara il tramonto”.
In onore del figlio, amante del ciclismo, il conte Mariano, circa nel 1950, promosse una gara ciclistica, da effettuarsi tutti gli anni, con la donazione al vincitore della coppa “Giuseppino Picedi Benettini”.
Lo Stato Italiano conferì al giovane “Penola” la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione:
“Patriota di sicura fede, già distintosi per doti di organizzazione, capacità di capo e valore di combattente, circondata dal nemico la casa dove era dislocato il suo comando, si batteva per lunghe ore, senza speranza di soccorsi e, rifiutata la resa, cadeva da prode, fronte al nemico.
Bosco di Corniglio, Parma, 18 ottobre 1944.
Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo
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