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Giuseppe Tendola (1922 - 1944) Amministrazione Servizi al cittadino Turismo e cultura Manifestazioni Eventi  English version

Giuseppe TendolaPartigiano

Giuseppe Tendola nacque a Castelnuovo Magra il 19 marzo del 1922, da Isidoro e da Rosetta Ambrosini.
Tre anni dopo nacque Piero; ma, ben presto, Rosetta rimase vedova: Giuseppe aveva appena cinque anni e Piero solo due.
In seguito la madre si risposò ed ebbe altri due figli: Erminio e Gabriella.

La famiglia, circa nel 1932, si trasferì a Sarzana, prima a Bradia, poi in località Olmo, precisamente in via Pasquale Berghini.
Così i ragazzi crebbero nell’ambiente sarzanese e sarzanesi si ritennero.

Piero, benché solo dodicenne, alzandosi tutte le mattine alle tre, cominciò a lavorare nel mercato ortofrutticolo che, allora, si svolgeva sotto una tettoia di legno situata nell’attuale piazza San Giorgio; e lì, tra il piccolo stipendio che percepiva e le mance, guadagnava abbastanza per contribuire al sostentamento della famiglia.

Invece Giuseppe andò a fare l’apprendista nel negozio di un barbiere; ma, in questo modo, non veniva pagato.
Così, dopo qualche tempo, fece domanda di assunzione presso l’arsenale militare della Spezia; però essa non fu accolta, in quanto il giovane non era iscritto al fascio.

A quel punto, pur di guadagnare un po’ di soldi per sé e per la famiglia, Giuseppe si arruolò, volontario, nell’Aeronautica Militare e fece il corso di addestramento nella base di Ascoli Piceno.
A fine corso, dopo una sola settimana di licenza, fu immediatamente inviato in Africa.

Dopo la caduta di El Alamein, Giuseppe ed alcuni suoi commilitoni riuscirono ad impadronirsi di un aereo italiano, a bordo del quale raggiunsero Punta Raisi, in Sicilia; e questa loro impresa, con la quale riportarono in patria un aereo intatto, fece loro avere dal governo una decorazione.
Dopo il rientro in Italia, Giuseppe fu inviato dapprima a Milano, poi a Collecchio (PR), in servizio presso il locale deposito aeronautico.

L’8 settembre 1943 lo colse proprio lì, dove avvenne una sparatoria tra i primi “resistenti” parmensi ed i tedeschi.
Durante quella scaramuccia, che creò un certo scompiglio, chi poté fuggì.
Giuseppe, ardimentoso come sempre, salì a bordo di un camion carico di generi alimentari, lo mise in moto e partì alla volta di Sarzana.
Giunto a Santa Caterina fu bloccato da una pattuglia tedesca che sequestrò il carico, ma, stranamente, lasciò libero Giuseppe, il quale corse a casa a riabbracciare i suoi cari, felici e sorpresi del suo arrivo.

Il giovane, rimasto in città, bello ed ammirato dalle ragazze, passeggiava spesso per le vie di Sarzana.
Un giorno, sul far della sera, con un amico, si fermò “all’angolo di San Rocco”, sotto l’orologio, per conversare.
Ad un tratto, gli si avvicinò un uomo armato di una mitraglia balilla, con la quale sparò alcune raffiche contro un gruppo di gerarchi fascisti che stavano uscendo dal portone del palazzo municipale, peraltro senza provocare feriti.
Ma lo spavento dei presenti fu grande e nella piazza si creò un fuggi fuggi generale.
Nonostante la confusione, i carabinieri catturarono l’amico di Giuseppe, il quale disse loro con chi si trovava; allora essi si recarono nella casa dell’Olmo, trovarono Tendola e, sapendo che egli era in aviazione, gli chiesero come mai non fosse in servizio.
Così egli spiegò loro quanto avvenuto a Collecchio, promettendo di tornare al più presto al suo posto.
Ma questa non era davvero la sua intenzione!
Infatti Giuseppe non tornò a Collecchio, bensì andò a nascondersi per qualche tempo a Castelnuovo Magra, in casa di un’amica.
Però al fratello Piero disse che qualunque cosa gli avessero chiesto di lui, egli doveva dire che era tornato in Aeronautica.
Intanto, non essendosi presentato alla base, i carabinieri andarono di nuovo a casa a cercare Giuseppe; trovarono solo mamma Rosetta con i bambini più piccoli, poiché anche Piero, di giorno, da un po’ di tempo si “dava alla macchia”, per paura della deportazione in Germania, e rientrava solo per dormire.
Allora i carabinieri portarono Rosetta in caserma, in via Fiasella, e lì l’avrebbero trattenuta se Piero non si fosse fatto vivo.
A quel punto egli si presentò e si arruolò nel battaglione San Marco, così la madre fu liberata.

Intanto Giuseppe, presi accordi con Dario Bertone, decise di arruolarsi nella nascente brigata partigiana Borrini che operava nel Parmense.
Questa, dapprima, si era formata spontaneamente nella Val di Ceno, come piccolo gruppo di partigiani, attorno alla figura autoritaria e coraggiosa di un certo Mario Betti, il cui vero nome è rimasto sconosciuto, senza alcun intervento di partiti antifascisti.
Verso la fine di febbraio 1944, però, la “banda” entrò in contatto con i partiti del CLN spezzino, il quale cominciò ad inviare aiuti ed uomini, per lo più renitenti alla leva o compromessi dalla loro attività antifascista.
Così il gruppo raggiunse le 60 unità e tra questi uomini c’era anche Giuseppe.
Egli si trasferì sull’Appennino Tosco-Emiliano, sul monte Barca, vicino a Bagnone, e da lì operò coraggiosamente, tendendo agguati ai nemici e partecipando a missioni alquanto pericolose, anche perché, spesso, queste erano state poco preparate.

A soli 22 anni "Vilmo" (questo il suo nome di battaglia) si dimostrò, dunque, uno che sapeva combattere con perizia e capacità, abilità acquisite durante la guerra d’Africa.

Il 13 marzo, circa una ventina di patrioti partì da Mariano, base del gruppo, allo scopo di requisire del grano ad uno dei tanti “ammassi” della zona.
Compiuta l’operazione, il carico fu inviato sotto scorta alla base; invece una quindicina di partigiani, con il comandante Betti, si diresse a Valmozzola al fine di prelevare il capostazione repubblichino.
Se poi fosse passato un treno, non si sarebbe certo persa l’occasione di fermarlo, in quanto sui treni della linea Spezia-Parma viaggiavano spesso militari di ogni genere.
I partigiani, dunque, non sapevano che sul treno che sarebbe transitato di lì a poco si trovavano due prigionieri renitenti alla leva, come invece fu da altri sostenuto.
Arrivati sul marciapiede, mentre la sentinella fuggiva per dare l’allarme, visto il treno già fermo sui binari, Betti ed altri suoi uomini salirono su una delle prime carrozze dove avevano scorto alcuni militari ed intimarono loro di scendere perché circondati.
Ma questi non ubbidirono all’ordine ed uno di loro fece esplodere una bomba a mano davanti a Betti.
Solo allora iniziò l’attacco dei partigiani: vi fu una breve sparatoria, finché i militari si arresero e furono fatti prigionieri; con loro c’erano anche due renitenti.
In quella confusione, stranamente, nessuno si accorse che Betti era rimasto ucciso sul treno e fu lasciato lì.
Il gruppo rientrò a Mariano nel primo pomeriggio e, prevedendo un rastrellamento, decise lo sganciamento immediato; prima, però, fu fatto un regolare processo ai prigionieri, alcuni dei quali furono rilasciati ed altri fucilati; invece i due renitenti si unirono ai partigiani.

La notizia dell’impresa di Valmozzola ebbe vasta risonanza e la reazione dei nazifascisti fu immediata.
Il giorno seguente, da parte della X Mas ci fu subito l’azione di rappresaglia: grazie ad una spiata, gli uomini di Valerio Borghese raggiunsero la casetta, adibita ad essiccatoio, di Monte Barca, dov’erano rifugiati Giuseppe ed i suoi compagni.
Questo gruppo si era formato in seguito ai contatti stabiliti da parte del sarzanese Dario Montaresi (Briché) con Edoardo Bassignani che già da alcuni mesi ospitava in casa sua tre ex prigionieri russi, in località Merizzo.
Il Montaresi si era portato proprio in questo luogo e, dopo qualche giorno, cominciarono ad affluire giovani inviati dal CLN; così si era formato il gruppo che, in seguito, si trasferì a Monte Barca.
Tra i partigiani di Monte Barca e gli uomini del battaglione San Marco, mentre Briché si era recato alla Spezia per i consueti contatti, ci fu una violenta sparatoria, con due morti ed alcuni feriti, mentre uno riuscì a fuggire.
Gli altri, tra cui Vilmo, continuarono a resistere, finché, rimasti senza munizioni e completamente circondati, dovettero arrendersi.

Trasportati alla Spezia nella sede della X Mas, a San Bartolomeo, i giovani furono sommariamente processati, poi furono picchiati a sangue e torturati per giorni allo scopo di farli parlare.
Ma essi sopportarono eroicamente, senza svelare nulla.
Dopodichè furono trasferiti nel carcere spezzino di Villa Andreini e poi a Pontremoli, dove i prigionieri furono tenuti in carcere tutta la notte per timore di assalti partigiani.
A quel punto Piero, avvisato dal giovane seminarista Luciano Ratti, si recò nel vescovado pontremolese dove, alla presenza dello stesso Ratti e di don Marco Mori, chiese al vescovo Sismondo di intervenire presso il comandante del battaglione San Marco per chiedere la grazia della vita del fratello Giuseppe.
Ma, purtroppo, neppure l’intervento del vescovo ottenne risultati.
Infatti, la mattina seguente, precisamente il 17 marzo, Vilmo ed i suoi compagni furono trasportati a Valmozzola e, nel luogo dov’era avvenuto l’assalto ai fascisti, furono fucilati.

Dietro sua testimonianza, resa allo stesso fratello, uno del gruppo, certo Mario Galeazzi di Comano, si salvò proprio grazie all’intervento di Giuseppe Tendola, che lo “spacciò” come loro prigioniero, così fu lasciato libero.

Invece Vilmo cadde sotto le raffiche dei mitra nemici, e sembra che prima di morire abbia lanciato la sua sciarpa contro un fascista, gridandogli: “Questa è tua, se mi spari bene”.

Giuseppe Tendola, dunque, come sostiene anche Francesco Tonelli, fu il primo sarzanese a cadere per la libertà della sua terra.

La sera del 17 marzo 1944, passando per Porta Parma, Piero vide, attaccato al muro, un manifesto sul quale erano riportati i nomi dei caduti, fucilati a Valmozzola e, con suo grande dolore, lesse pure il nome del fratello.
Allora partì subito, col primo treno, per quella località, ma a Valmozzola i morti non c’erano già più.
Dietro indicazioni di alcuni paesani, egli si recò a San Siro, un paesino poco lontano, e lì, nella cappella del piccolo cimitero, trovò i cadaveri dei giovani.
Con trepidazione, cercò di identificare il corpo del fratello: in un primo momento non lo riconobbe e nel suo animo tornò un filo di speranza.
Giunto fuori della porta, però, ebbe un ripensamento e tornò dentro ad esaminare meglio il corpo di quel “bel giovane” rimasto senza un occhio.
E guardandolo bene, soprattutto dagli abiti, riconobbe l’amato Giuseppe.
Nonostante il dolore, però, bisognava pensare alle cose pratiche e Piero si recò a Parma, dalle autorità competenti, per ottenere l’autorizzazione a trasportare il corpo di Vilmo a Sarzana e l’ottenne.

Rientrato a casa, dopo alcuni giorni, con un camioncino sul quale aveva caricato una bara di zinco, coperta da una bandiera italiana, accompagnato da Rolla, idraulico sarzanese, Piero tornò a San Siro, mise il corpo di Giuseppe nella bara, che lo stesso Rolla saldò, e riprese la via del ritorno.
Ma ad Aulla fu fermato da una squadra di camicie nere, che gli chiesero chi fosse il morto; Piero rispose: “Un camerata”.
Solo così poté transitare indisturbato e giungere a Sarzana.
A Santa Caterina portò in chiesa il corpo di Giuseppe, ma il parroco sconsigliò di tenerlo lì, perché avrebbero potuto accadere delle rappresaglie.
Allora fu portato direttamente al cimitero e, lungo la strada, una folla di sarzanesi gli fece ala e poi gli rese l’ultimo omaggio scortandolo fino al luogo della sepoltura.

L’Amministrazione comunale gli rese il dovuto onore intitolando al giovane partigiano del primo periodo della guerra di liberazione l’asilo nido comunale, che fu chiamato “Giuseppe Tendola”.

 

Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo


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Ultima modifica
22.03.2008
Francesco Tacconi consulente ICTRealizzazione
Marco Arfanotti e Francesco Tacconi