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Luni: colonia romana, evoluzione e crisi Amministrazione Servizi al cittadino Turismo e cultura Manifestazioni Eventi  English version

 Rappresentazione della cittàDa colonia romana,
diventò una città ricca e potente.
Poi la crisi, i barbari e la fine.

Ma la sua leggenda continua.

Un tempo era ricca e fiorente: marmi e colonne ornavano il foro e mosaici policromi si incontravano sui pavimenti delle case private.
Ora giace silente in mezzo ai campi: rovine di antiche glorie si alternano a prati e canneti.

Un tempo il suo porto vedeva entrare e uscire decine di navi cariche di blocchi di marmo; ora la costa appare lontana come il passato, e ad entrare e uscire dalle porte della città sono solo turisti curiosi e archeologi.

Luni, posta sull'estremo lembo orientale della Liguria a pochi metri dal confine della Toscana, rappresenta l'archetipo della gloria effimera, della superbia punita, dell'ineluttabilità della fine.

E' proprio la sensazione dello scorrere ineluttabile del tempo, della intrinseca fragilità della gloria umana, che ancora oggi si prova visitando gli scavi archeologici di Luni.
Sono resti superbi, che stridono con il paesaggio circostante, povero e dimesso: le pietre, i mosaici, e ancor più le statue che si conservano nel vicino museo, raccontano una storia complessa e travagliata.

Un portus Lunae esisteva ancor prima della creazione della colonia romana di duemila cittadini fondata nel 177 Avanti Cristo nel territorio un tempo appartenuto ai Liguri Apuani.

Il particolare toponimo "Luna" attestato dal I secolo Avanti Cristo, è anche possibile che richiamasse ai contemporanei l'immagine arcuata, a falce di luna, del porto.

Luni divenne in età imperiale porto fiorente e città prospera, e tale rimase almeno fino a tutto il III secolo dopo Cristo.
L'economia della città romana, basata essenzialmente sui commerci e sullo sfruttamento dei ricchi filoni marmiferi delle vicine Alpi Apuane, ebbe il suo culmine durante l'età giulio-claudia ( I secolo dopo Cristo).

Sotto il favore degli imperatori, Luni conobbe infatti un momento di grande splendore che si concretizzò nello sviluppo delle strade e dei monumenti, nella ricchezza delle decorazioni che ornavano edifici pubblici e privati.
La maggior parte dei resti monumentali che ancora oggi si possono osservare appartiene proprio a quel periodo: innanzitutto l'ampia piazza rettangolare del foro, lastricata in marmo e fiancheggiata sui tre lati da portici, il vicino tempio dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunione e Minerva), e la basilica civile, il luogo destinato all'amministrazione della giustizia e alle contrattazioni commerciali.

Sempre alla prima età imperiale appartengono i resti della grandiosa dimora signorile chiamata "casa degli affreschi".
Distesa su un'area di 1300 metri quadrati, articolata in diversi ambienti e un tempo dotata di giardini con orti e fontane, la domus fu usata ininterrottamente dal I secolo avanti al IV dopo Cristo, ma è con l' età di Augusto che subì una profonda ristrutturazione e si arricchì di pavimenti in marmo e degli affreschi che le danno il nome, provenienti dai portici che la circondavano sui tre lati.

Ancora più ampia era poi la "casa dei mosaici", che sorgeva a nord del foro su un'area di oltre 2000 metri quadrati.

 Ma il monumento che fra tutti rende meglio l'idea del passato splendore è il grande anfiteatro, che, come era norma per le città romane, fu costruito nel II secolo dopo Cristo fuori delle mura.
Ancora ben conservata, l'ampia arena ellittica era formata da due anelli  concentrici dei quali, oggi, si possono osservare corridoi, celle, ambulacri, scale e gradinate.
L'edificio che ospitava i giochi gladiatori e la caccia alle fiere, poteva contenere fino a 7000 spettatori e presuppone una popolazione cittadina superiore ai 17.000 abitanti.

La crisi cominciò a delinearsi tra il III e il IV secolo dopo Cristo.
Due le ragioni: da un lato la grave decadenza economica del tardo impero, che colpì la città proprio nel settore più remunerativo, il commercio del marmo; l'altro il graduale interramento del porto, dovuto ai detriti depositati dal fiume Magra che trasformarono la zona lagunare della foce in un ampio acquitrino malarico.

Tuttavia, due importanti realtà cittadine si ostinavano a contrastare la crisi incombente: la strada e il vescovo.

Costruita su un tracciato viario ortogonale, tipico delle colonie romane, Luni era infatti letteralmente attraversata dalla via Aemilia Scauri (in continuazione dell'Aurelia), che entrava dalla porta orientale e costituiva il decumano massimo della città.
Questa stessa strada, nel tratto che collegava Luni a Parma, lungo la bassa Val di Magra e il passo della Cisa, assunse nel Medioevo una grandissima importanza, divenendo appunto un tratto di quella via Francigena che consentiva ai pellegrini d'Europa di raggiungere Roma e la Terrasanta.

La presenza di un vescovo, attestata a Luni fin dal V secolo, e di una basilica, che ancora oggi si conserva, contribuirono probabilmente a fare della città una tappa importante per i pellegrini che percorrevano la Francigena e che trovavano nel vicino porto fluviale di San Maurizio, come nei borghi marinari di Lerici e Portovenere altrettanti approdi per continuare il loro viaggio di mare.

Nel X e XI secolo l'ormai perduto porto della Luna doveva conservare pochi residui del suo antico splendore.
In seguito, l'imperversare delle lotte feudali, le alluvioni e la malaria ne aumentarono a tal punto la decadenza, che l'antica città divenne un misero villaggio.

Il percorso della Francigena fu spostato più a settentrione e si ebbe, nel 1204, il definitivo passaggio della sede vescovile nel vicino abitato di Sarzana.

La parola "fine" era ormai stata scritta e Luni entrava nella leggenda, come simbolo della fallace ambizione umana.


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Ultima modifica
22.03.2008
Francesco Tacconi consulente ICTRealizzazione
Marco Arfanotti e Francesco Tacconi