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Pianta Ameglia (Disegno di Roberto Ghelfi)

  1. Castello oggi sede municipale
  2. Chiesa parrocchiale già pieve di San Vincenzo
  3. Case costruite sul perimetro fortificato più antico
  1. Sella dove confluiscono i percorsi generatori dell’insediamento, controllati dall’antico castello affacciato sulla piana di Luni ed in antico sul seno di mare che si addentrava nella valle. Il sentiero proveniente da Montemarcello e diretto al monte Caprione si incrocia qui con la direttrice trasversale proveniente da Tellaro e dal Golfo della Spezia.

Ameglia sorge su un conglomerato di rocce di quarzo: tra le tante ipotesi sul suo nome c’è anche quella della derivazione da una base mediterranea Mel Mal altura.

Procediamo per la SS 1 e arrivati al grande semaforo che a destra porta a Lerici svoltiamo a sinistra. Percorriamo la SP 432.
Siamo in località Romito: un tempo qui esisteva un famoso guado del Magra, che si poteva attraversare con barche soltanto fino a quando non fu costruito il primo ponte nel secolo XX.
Anche i Romani e in generale tutti gli eserciti invasori (e furono tanti) dovevano costruirsi ponti di barche per passare da una sponda all’altra.
Dopo circa 4 km, si lascia la SP 432 e si entra a destra in Ameglia; si giunge al cosiddetto Bivio, perché li la strada che sale si separa da quella interna e parallela al fiume che arriva fino a Bocca di Magra.
Siamo in località Cafaggio.
Antico pagus ligure, Ameglia, con i suoi castellari (al Senato, in località Castellazzo, a Monte Murlo, a Monte Rocchetta) e una necropoli della fine del IV sec. a.C., scoperta nel 1976 a Cafaggio, è paese di monte e di mare.

Era abitata forse dall’età del ferro da pastori che trovavano qui una via di transumanza verso Trebiano e il monte Caprione e anche un porto, il portus Ameliae, indispensabile per commerci e scambi, che sorgeva probabilmente nell’ansa del fiume in località Ferrara.
Oggi il comune occupa un vasto territorio, dalla piana del Magra a Montemarcello, dal monte Capriorie a Bocca di Magra e Fiumaretta che sorgono sul mare rispettivamente sulla sponda destra e sinistra del fiume.

Ameglia sorgeva vicino alla grande colonia romana di Luni, costruita dai Romani nel 177 dopo la sconfitta e la deportazione dei Liguri nel Sannio.
Aveva cave di marmo nero e giallo e di portoro sul monte Caprione; un giacimento di minerale ferroso (loc. Ferrara), filoni di marmo bianco a Punta Corvo.
Fu ambito territorio di conquista da parte dei Romani e il suo territorio centuriato tra i coloni.
Nel Medio Evo è ricordata per la prima volta nel 963 nel diploma di Ottone I che ne riconosceva la giurisdizione ai Vescovi di Luni, i quali mantennero saldamente il dominio nonostante temporanee dominazioni di Pisa, di Lucca, di Castruccio Castracani, dei Francesi, dei Campofregoso, dei Visconti (le scorrerie di Nicolò Piccinino), dei Doria, e persino di Francesco Sforza che dal 1460 per sedici anni governò, e pare equamente, il paese (a lui è dedicata la piazza principale) finché il Banco di San Giorgio non lo acquistò dagli Sforza e Ameglia entrò nell’orbita della Superba.

Ma torniamo al nostro percorso: prendendo via Cafaggio, subito, sulla destra, si trova la Chiesa Stella Maris, recente, degli anni ‘60, che non meriterebbe menzione se non per la grande pala di altare dipinta dagli spezzini Francesco e Giorgio Plastina nel 2000.
Una Crocifissione iperrealista e naive a grandezza naturale i cui modelli sono i famigliari dei pittori sullo sfondo di una Gerusalemme immaginaria e del Golfo della Spezia che la storia ha legato al militare e alla produzione bellica.

Poco oltre la Chiesa, dopo la curva, sulla sinistra, una piccola via incementata, la via Don Minzoni, scende sottostrada avviandosi verso l’interno: merita di essere percorsa a piedi (non si può altrimenti) perché offre una bella vista della piana e costeggia la Necropoli.
La Necropoli, la più importante della Liguria, è databile tra il IV e il III secolo a.C. Contiene le tombe di circa 80 individui tra maschi e femmine e bambini.
Ma le tombe sono molte di più, venute alla luce in occasione di scavi per la costruzione di case o per la piantagione di viti dal 1886 in poi, in diverse riprese: erano poste a semicerchio intorno alla borgata, finché, nel 1976, in seguito a lavori per costruire le Scuole Medie, nella località Cafaggio, fu scoperta una necropoli intera.
Sono tombe a cassetta preromane e romane.
Ci sono anche sarcofagi e sepolture a inumazione paleocristiane.
La stradina sfocia in via Canal Grande da cui parte un bel percorso a piedi per Ameglia, tra case antiche e preziose maestà, percorso che si può effettuare anche, più in giù, da via Maestà, che sale a sinistra quasi in fondo a via Canal Grande.

Profilo di Ameglia (Disegno di Roberto Ghelfi)

Riprendiamo a salire per Ameglia, che appare, qualcuno ha detto, come un’ortensia, sullo sfondo verde del Caprione: di curva in curva appare sempre più imponente con la sua torre, le mura, i grandi archi, i giardini e gli orti che la circondano.
Lasciata l’auto, ci accoglie una grande piazza con una bella maestà sulla facciata di un palazzo che ha un’insegna del sole sulla porta.
È un affresco di Roberto Passalacqua, che ha dipinto le pareti dell’antistante locanda dei poeti e altri soli su stipiti nel paese.
In fondo alla piazza l’arco ogivale dei paesi vescovili, con incastonate in una grotta artificiale di tufo dei primi del secolo le targhe di memoria per i caduti e un busto marmoreo del chirurgo Agostino Paci che fu molto amato dalla popolazione.

Salendo per la stradina mattonata, con gli occhi attenti ai preziosi architravi di ardesia scolpiti e alle maestà, troviamo sulla sinistra la piazza della chiesa titolata a San Vincenzo con la balaustra da cui si vedono tutta la piana e le Apuane.
La pieve aveva giurisdizione in un ampio territorio ed è ricordata per la prima volta in un documento del 1189.
La piazza è frutto di molti rimaneggiamenti architettonici: la chiesa stessa era più arretrata rispetto all’attuale del secolo XV e la torre campanaria è più recente.
La quale, in prima persona, così si rivolge a chi legge:

Volentieri sostengo
il dolce peso de’ sacri bronzi
e questi
chiameranno i fedeli
al tempio al lavoro al soccorso
alla dfesa del Paese e della Patria
anunzieranno
le gioie e i dolori de la vita
Unite la prece al poetico suono
ascoltatelo qual voce di Dio.

Ci affascinano subito le formelle scolpite sulla facciata, la bellissima Maestà sul portale del 1546, Madonna con Bambino, San Giovanni Battista e San Vincenzo, di Francesco del Mastro, scultore carrarese che apparteneva a un’importante famiglia di scultori, con la scritta Notam fac mihi viam in qua ambulem, “fammi conoscere la via su cui camminare”.
L’interno è ricco di opere preziose e importanti, dai capitelli alle trabeazioni degli altari finemente lavorati, alle acquasantiere, di cui quella nella navata centrale attribuita al Del Mastro; per il dono di tanti marmi si ringraziano in una lapide le famiglie Fabricotti e Germi.
Il tabernacolo a parete murato sul fondo della navata destra ha un impianto a tempietto sormontato da una semicupola con lanterna.
La porticina lignea è circondata da angeli e sopra, in una lunetta, il Cristo versa il sangue nel calice.
La scritta sottostante attesta che nel 1471 Questa ha facto l’opera di Santo Vincentio Johannis Laonardi et Johannes Michelosii massariorum.
A lato, sulla navata, è collocato un Trittico dei Santi Rocco Vincenzo e Sebastiano in marmo.
San Vincenzo ha il libro e la palma del martirio, San Rocco, l’angelo che gli cura la piaga della coscia e il cane, e San Sebastiano appare legato, prima del martirio.
Si pensa alla bottega del Gar, e a un ex voto per la pestilenza del 1524, data la presenza di San Rocco e San Sebastiano.
Le nicchie in alto hanno forma di conchiglie.
Sulla trabeazione è scritto Intende in adiutorium meu Dne Deus salutis mee.
Nell’Annunciazione della lunetta l’Angelo punta il braccio verso la Madonna che si schernisce (o si ritrae?).
Nella base la data del 1527.
Sotto al trittico un’urna che contiene i tre teschi coronati di fiori dei Santi Clemente Vitale e Modesto, in un’arca di legno intagliato e dorato del secolo XVII.
Quindi una pala anonima in cui la Vergine, regina di Genova, si accompagna a San Gregorio Papa, San Bernardo, San Sebastiano, San Rocco.
La pala risente del clima del tempo, quando la Repubblica, dopo l’incoronazione della Vergine a Regina di Genova nel 1637 aveva imposto il motto di devozione alla Vergine su tutte le monete.
Nella navata la bellissima pala di Francesca Prandini del 1677, da lei sottoscritta e datata, con Madonna Bambino San Giovannino, San Lorenzo e Santa Apollonia commissionata dai De Marchis; la Prandini è l’unica pittrice, forse sposata con un parente di Filippo Martelli, (si aggiunge qui il cognome Martelli) che si sappia abbia tenuto bottega nella zona nella seconda metà del ‘600.
Il fiume che si vede nello sfòndo è forse vietato pensare che sia il Magra?
Quindi, nell’altare di sinistra, una affascinante Madonna del Rosario in legno con tutti i misteri a corona.

Sorge fuori delle mura, ben visibile dalla strada che sale per Mon temarcello l’Oratorio dell’Assunta, con il suo imponente altare seicentesco e la statua dell’Assunta fra angeli (ma è visitabile solo per il 15 agosto, la festa dell’Assunta, e nella Settimana Santa).

Si sale verso Montemarcello per una via che riserva vedute panoramiche sempre più spettacolari, curva dopo curva, dal corso del Magra alle Apuane, allo slargarsi del mare nell’ampio golfo della Versilia.

Villa della Costa di Ameglia  (Disegno di Roberto Ghelfi)

Una manifestazione popolare particolare e fortemente partecipata da tutta la popolazione è L’orno ar bozo, che si svolge nella domenica grassa di Carnevale.
La tradizione vuole che i Bravi di Ameglia istituissero questa usanza nel corso del 1600.
Lo straniero che si presentava per primo nel paese veniva richiesto di pagare una forte somma per finanziare il ballo pubblico e il divertimento di tutti.
Non disponendo del denaro, l’uomo veniva processato e la sua condanna veniva letta più volte dai vecchi nei centri nevralgici del borgo, la piazza Francesco Sforza, piazza Vittorio Veneto di fronte alle mura e poi davanti all’Oratorio.
Condannato il malcapitato veniva trasportato a cavallo o su un asino, seguito da suonatori e da tutto il popolo festante, al Bozo, cioè ad uno stagno d’acqua abbastanza profondo (che oggi si trova dietro all’Oratorio) e lì buttato.
Veniva quindi cambiato degli abiti e festeggiato, addirittura con doni di denaro.
L’usanza si è mantenuta nei secoli fino a quando dal 1978 è diventata una vera e propria manifestazione artistica collettiva sotto la direzione di Walter Tacchini.
Un laboratorio che si protrae per mesi vede la partecipazione di persone di tutte le età che si confezionano abito e maschera per la grande festa che ha assunto nuovi significati intorno a questa misteriosa condanna di un innocente su cui ancora ci si interroga:

pagae o non pagae
ar Bozo t’ha d’andae.

 

Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana


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Ultima modifica
22.03.2008
Francesco Tacconi consulente ICTRealizzazione
Marco Arfanotti e Francesco Tacconi