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- Torre pentagonale
- Palazzo comunale in stile neorinascimentale su resti medievali
- Chiesa parrocchiale titolata a San Niccolò
- Sella dove confluiscono i percorsi generatori dell’insediamento, controllati dall’antico castello obertengo affacciato sulla piana della Magra e su Sarzana. Il sentiero, proveniente dalle valli occidentali del Vara attraverso le piane della Spezia, interseca il crinale di Baccano presso la pieve di Santa Margherita e scende alla Magra diretto a Sarzana. Arcola, come Trebiano con Lerici, ne controlla il tracciato fino alla Magra ed oltre.
Benissimo situata, con bellissimo e fertilissimo territorio, il più ameno per avventura, ed il più vago della provincia (Targioni Tozzetti, Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa, Firenze 1768-79, torno XI, p. 107), domina il corso del Magra ed ebbe grande importanza strategica.
Compresa nella Marca degli Obertenghi, divenne, nel secolo X possesso degli Estensi, quindi di Genova che ne fece baluardo contro Pisa istituendovi un castellano, un podestà e una guarnigione di uomini armati.
Conobbe la dominazione di Castruccio Castracani e del Ducato di Milano finché nel 1494 tornò sotto la giurisdizione della Serenissima.
Ebbe statuti gloriosi, in cui ciò che commuove sono le istituzioni assistenziali e educative, il medico gratuito a domicilio e la possibilità del ricovero negli ospedali locali, quello della Casalina della fine del ‘400 e quello delle Cento Chiavi a San Bartolomeo, sul mare, demolito nel 1798 dalla Repubblica Ligure, dove c’erano (e pare ci siano ancora) sorgenti di acqua e curative dette li bagni.
E la scuola:
l’istituto Bastreri-Tancredi (nome oggi della Scuola Media), che dal 1836 al 1910 ebbe maestri per le scuole elementari, un professore per il ginnasio e un altro per il tecnico e diede borse di studio per altre città e università ai giovani e alle giovani di Arcola grazie a un lascito testamentario costituito da ricchezze accumulate nei commerci di stoffe e derrate alimentari.
Arcola si estende oggi su un ampio territorio che comprende colline con insediamenti molto antichi (vi è stata trovata una statua stele) e una vasta zona industriale che costeggia la riva destra del Magra.
L’Arcola medievale la troviamo nella località Ponte di Arcola, svoltando verso l’interno: subito ci appare come una quinta di teatro, con le sue case appollaiate intorno alla torre obertenga contro il cielo.
Palazzate rosa e gialle ce ne impediscono subito la vista ed è un dispiacere doverla cercare tra una facciata e l’altra.
Tuttavia Arcola c’è sempre e proseguendo verso l’interno possiamo scoprirla ancora.
Superiamo a sinistra la sconsacrata chiesa di San Rocco e a destra l’antico ospedale della Casalina, oggi mobilificio che conserva tuttavia le bianche arcate quattrocentesche e una Maestà di marmo e svoltiamo a destra: nella piazza 2 Giugno o nelle vicinanze possiamo lasciare l’auto.
Arcola va visitata a piedi.
Nella piazza è situata la biblioteca intitolata a Rina Pellegri, una scrittrice arcolana (1903-1975).
Qui si possono avere informazioni e documentazioni molto accurate.
Dalla piazza, a lato della Biblioteca, parte l’antica via romana che sale ripida e stretta tra orti e belle case, antiche e moderne, e in alto si biforca a sinistra verso la frazione di Monti e a destra verso Masignano.
In macchina o a piedi è bello muoversi senza fretta, alla ricerca di muri antichi, fontane, maestà.
Per andare al centro storico si percorrono pochi metri della strada carrozzabile da piazza 2 Giugno e subito si vede la scalinata in ciottoli e mattoni rossi che sale, tagliando le curve, verso l’alto.
È via Valentini, che circonda e attraversa il centro storico.
Gradino dopo gradino ci prende l’incanto delle vecchie mura, dei ciuffi d’erba che nascono tra le pietre, dei portali, dei muraglioni a picco sulla strada.
Il centro storico è grande, tra i più estesi dei borghi della Bassa Lunigiana, labirintico, con quattro porte: bisogna fare molti giri per trovare le chiese e le maestà.
Si può percorrere via Valentini tutta intorno fino all’ultimo giro di mura altissime e salire al Comune o svoltare a destra ed arrivare alla porta Sottana, ogivale come quella di Falcinello, di Ponzano e Nicola.
Una lapide ne ricorda il restauro in un anniversario della Marcia su Roma.
Ci muoviamo tra vie strette e buie con archivolti e portali affascinanti, tra tetti e archi che sorreggono scale: le case sono case torri, quasi fortezze.
Raggiungiamo piazza Vittorio Veneto su cui sorge il palazzo Visdomini-Picedi e svoltando a destra arriviamo a una porta nell’interno della quale una bella maestà e una lapide del 1838 ricordano l’istituto Bastreri-Tancredi che operò qui grazie alla generosità di due uomini, zio e nipote, nella loro casa già esistente da almeno due secoli:
A Pietro Bastreri - Pietro Tancredi
laboriosi degli averi
per informare la gioventù
alla pietà alle lettere.

Da qualunque parte proseguiamo intorno alla sommità del colle, arriviamo sul sagrato della chiesa di San Nicolò, che ci accoglie con un grande risséu bianco rosso e nero a rosa dei venti, una bella maestà della Madonna sulla porta più piccola e un’altra sull’archivolto della strada.
Accanto alla chiesa case che appartenevano a piccoli e medi proprietari terrieri e a nobili rurali.
Le case più ricche del paese formavano infatti solidi blocchi intorno al sagrato di San Nicolò a ridosso di Porta Sottana, o vicino al castello intorno a Porta Sovrana.
Sulle altre vie erano le case dei contadini liberi.
Il Sagrato è collegato alla Piazza del Comune e della Torre da un’ampia scalinata che passa accanto all’oratorio dell’Immacolata Concezione già adibito ad Archivio del comune.
San Nicolò: il vescovo di Myra in Licia, morto nel 350 d.C. e traslato a Bari nel 1089, il Santo della Carità e della festa dei bambini il 6 dicembre: le tre mele e i tre fichi che porta in mano sono, secondo la
leggenda, il simbolo della sua generosità e del suo intervento a favore dei poveri, dei bimbi e delle ragazze senza dote.
A lui gli Obertenghi titolarono la Chiesa che venne posta sotto la giurisdizione dei monaci Benedettini dell’isola del Tino (in funzione anti vescovo di Luni) nel 1132.
Varie le vicende e gli ingrandimenti fino al secolo XVII della chiesa che oggi si presenta affascinante per le opere sia antiche che moderne.
Moderni sono le pitture sulle volte e le arcate della Chiesa del Lari e gli affreschi dell’arcolano Luigi Agretti tra cui in particolare l’Annunciazione, che si accordano armoniosamente con le preziose opere antiche e gli altari di marmi di Carrara.
Dietro l’altare centrale si trova la grande Ancona marmorea commissionata con atto notarile nel 1503 a Mastro Giuliano Manfredi arcolano che risiedeva a Carrara dai Massari e dai rappresentanti di tutta la comunità arcolana.
L’ancona ripropone, oltre all’immagine della Vergine, quella di tutti i santi venerati nel territorio, San Nicolò, i Santi Stefano e Margherita (rappresentata coi piedi sul drago) e di San Bartolomeo.
Non la si vede tanto bene, collocata com’è dietro all’altare (originariamente vi era posta sopra) ma la si può osservare avvicinandovisi.
Nella navata destra l’altare della famiglia Fiamberti con un dipinto delle Anime purganti di Domenico Grassi del 1673.
La sagrestia merita una visita per la grande tela dell’Annunciazione attribuita a Guido Reni che necessita studi e restauri e un lavandino in marmo con San Nicolò.
Perdendosi tra i vicoli, si trova via Eraldo Bernabò, dove una formella ricorda il poeta arcolano Livio Gianolla (morto nel 1999) che qui nacque, con i suoi versi:
Quand’arbaco i rizòi der piazoéto
e a ravo l’uso mèzo sgangheà
me vien ‘n magon ‘nt r gòso, caa mié ca
e m ‘apae d ‘arsentie vosae ‘n dialeto.
Si risale fino a ricongiungersi a via Valentini che ci porta in piazza Garibaldi.
Uno degli ultimi palazzi di via Valentini è quello dei Fiamberti, con stemma (Ercole che combatte il leone) e decorazioni scultoree, sale, terrazzi e fondachi, cantine, torchio e persino oratorio domestico, come i palazzi nobiliari dei Picedi e dei Visdomini avevano.
Da piazza Garibaldi si sale per via Picedi e, guardati da una Maestà che forse è un ex voto per un naufragio, si arriva al Comune, costruzione di recente restauro accanto all’antica Torre obertenga pentagonale che è obbligo osservare per lungo girandole attorno.
Nella piazza si trova una vasca di arenaria incavata con stemma genovese per il controllo delle misure dei liquidi.
Lasciato il centro storico si riprende a salire, a piedi o in macchina, tra belle case antiche.
A sinistra incontriamo il Santuario di Nostra Signora degli Angeli, la cui facciata è del 1916 ma l’interno è del XVIII secolo.
Qui, in località Carbonara, il 21 maggio 1556 la Madonna apparve alle cinque sorelle Fiamberti in un campo, su un rosmarino.
Erano tempi terribili di guerre, carestie e peste.
Sul luogo del miracolo, oggi cappella dell’Apparizione, venne costruita la chiesa con grande concorso di popolo: e fu subito chiamata Santuario.
L’altare maggiore fu eretto sulla cripta che nel settecento fu decorata con angeli di marmo e stucco.
Al suo interno una statua della Vergine del 1624 dello scultore carrarese Battista Orsolini e, all’ingresso della balaustra, formelle con Devota e Immacolata del 1768 in marmo bianco di Carrara e giallo di Siena.
Dietro l’altare maggiore una pala dei primi anni del ‘600; ai lati dell’altare due affreschi di Luigi Agretti del 1911, l’Apparizione della Vergine alle cinque sorelle, sullo sfondo di Arcola, e l‘Incoronazione.
A sinistra dell’altare maggiore la Cappella del Santissiomo Rosario con una tela di Andrea Podenzana del 1688 e una bella statua lignea di Pietro Gavè di Massa.
Sulle pareti a destra e a sinistra dell’Altare maggiore due tele, l’Annunciazione, la Croce e le Pie Donne, del pittore spezzino Giambattista Casoni (secolo XVII).
Proseguendo sulla destra incontriamo l’edificio della società di Mutuo Soccorso: un cartiglio marmoreo (su cui è scolpita una corona di alloro all’interno della quale due mani si stringono) ricorda la fondazione avvenuta il 19 agosto 1870.
Si sale ancora.
Dopo piazza Picedi e i bei palazzi dei Fiamberti, in via Luschiato, sulla sinistra, una piccola Maestà attribuita a Giovanni della Robbia sulla casa di un ex soldato di ventura, Francesco Baldoni detto il Barruccio.
[...] E il nome Arcola? Quante discussioni, da Arco, da Arce, da Ercole; a me piace riportare quanto scriveva Rina Pellegri:
il fiume Magra scorreva anticamente proprio sotto il colle, così è spiegata l’origine del nome armonioso e sonoro, che indica cioè “A’rcoa” ossia “incò” o “alcò” ossia in capo o promontorio (Richiamo da una stella, (Carpena ed., Sarzana 1959).
A questo etimo pensava forse Sergio Fregoso quando, dedicando a Arcola un piccolo video, ne riprendeva le corse dei bimbi e il cadere dell’acqua per i vicoli e ne faceva risuonare il nome in un nostalgico grido di donna. (Il video è visibile in biblioteca).
Baccano
Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana
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