Stemma Comune di Sarzana

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Pianta Falcinello (Disegno di Roberto Ghelfi)

  1. Area del castello
  2. Resti di fortificazioni medievali
  3. Resti di fortificazione sul promontorio minore
  4. Porta medievale
  5. Perimetri fortificati
  1. Sella dove confluiscono i percorsi generatori dell’insediamento, controllati dall’antico castello oggi distrutto, ma testimoniato dall’emergenza paesaggistica della chiesa parrocchiale con la torre e la macchia di lecci. L’incrocio è formato dalla strada di mezzacosta proveniente da Ponzano Superiore con la strada che risale verso la piccola foce delle Quattro strade sul crinale che separa il bacino del basso Magra dalla Lunigiana interna.

Lasciato Ponzano gentile, proseguendo a mezzacosta, si arriva, in un quarto d’ora circa a Falcinello che domina la valle del torrente Amola.
E questa una delle vie più affascinanti che si snoda tra olivi, vigne, querce, campi terrazzati su cui poggiano case di pietra.
L’atmosfera è quella della campagna di una volta, fatta di verde, di fiori, di animali liberi, di odori buoni.

Falcinello: sul suo stendardo è disegnata una falce in messem non ponenda alienam che, è detto, non va posta nelle messi altrui.
Una Maestà di marmo bianco protegge l’ingresso alla porta ogivale anche dal basamento moderno in cui è stata incastonata e quasi costretta.
Come a Arcola, a Nicola, a Ponzano, come cioè in tutti i borghi vescovili che incastellano le colline della valle, bisogna salire.
Qui purtroppo cemento e piastrelle moderne turbano la magia del percorso, che riappare, intatta, quando si arriva al bosco di lecci che circonda la sommità del borgo su cui sorgeva l’antico castrum, la cui torre è oggi diventata campanile della Chiesa adiacente.

L’antichità di Falcinello è tale che vi fu rinvenuta, murata in una casa, una Statua Stele.

La chiesa è titolata ai Santi Fabiano e Sebastiano.
La lapide sulla facciata, tradotta, così recita:
Nel nome del Signore Amen. In questo anno 1310 il 5 maggio è stata costruita questa chiesa al tempo del Milite Frediano cavaliere del re d ‘Inghilterra essendo rettore il presbitero Federico, fabbriciere Beneduce Carotenuto, magistro Giacomo da Ponzano al tempo di Re Eduardo.
La chiesa colpisce per il biancore dei recenti affreschi e per i rifacimenti architettonici: è a pianta rettangolare con bifore medievali sulla parete destra.
La parte che contiene l’altare, volto verso i fedeli perché riadattato dopo il Concilio Vaticano II°, è un ampliamento recente.
Preziose le opere al suo interno: a destra una croce astile d’argento del sec. XIV e il reliquiario dei Santi Fabiano e Sebastiano posti su un elegante raso rosso.
Un’acquasantiera rettangolare per battesimo a immersione riporta lo stemma della Repubblica di Genova e un altro abraso, con tre ponti forse allusivi ai tre fiumi di Sarzana, il Calcandola, l’Amola e il Turì.
Ancora sulla destra l’altare dello Spirito Santo con una Madonna del Buon Consiglio attribuita a Stefano Lemmi.
Il crocifisso ligneo collocato dietro all’altare è di manifattura locale; al centro del presbiterio spicca il grande quadro dedicato ai Santi Fabiano e Sebastiano sul cui sfondo è dipinto il paese di Falcinello che alcuni attribuiscono a Stefano Lemmi, pittore di Fivizzano, che operò a lungo a Sarzana nel secolo XVII.
A sinistra dell’altare spicca una incantevole Madonna del secolo XVII che dà il Rosario a Santa Caterina da Siena e a San Domenico circondata da angeli e da quindici cartigli con i misteri del rosario.
Sotto alla Chiesa è sempre visitabile una piccola cappella dedicata a Padre Pio, ricca di opere preziose in marmo e con una pietra di arenaria su cui è scolpito il sole, tratta dai muri del paese e lì collocata.

È possibile visitare, passando per le vie voltate, l’Oratorio dei Disciplinanti detto “Banca” che ha un pregevole altare del secolo XVII con Vergine Bimbo e due incappucciati che pregano.
Si può anche visitare il tabernacolo a edicola con sedile e inginocchiatoio del 1737; è vicino a Villa Berghini, e ha una bella maestà.
Merita una passeggiata.

Profilo di Falcinello (Disegno di Roberto Ghelfi)

Anche Falcinello ebbe Statuti gloriosi, e un ospedale di San Giorgio che era ospizio assistenziale con cucina e quattro letti; conobbe devastazioni terribili da parte di Nicolò Piccinino, Carlo VIII e Giovanni delle Bande Nere, e povertà e pestilenze, tanto che nel 1562 vennero distribuite in più occasioni due brazze di arbraso bianco, zoccoletti in legno e calzini di lana alle famiglie.
Era povero, Falcinello, tanto che nel 1806 fu soppresso come comune autonomo e unito al comune di Sarzana dall’arcitesoriere francese Le Brun perché non in grado di pagare i debiti contratti.
Eppure avrebbe potuto essere ricco ...
Per Falcinello infatti passava una variante della via Fraricigena che era protetta dal castello della Brina, e aveva cave di carbon fossile e di serpentino bianco-verde (oggi dismesse).
Le vicende belliche con conseguenti carestie e pestilenze furono la causa della sua miseria.

Lasciato Falcinello e l’incanto delle volte e delle vie e delle case che nel loro interno sono quasi labirintiche, con scale e fondi e cantine, si scende verso la statale fino a quando veniamo fermati da una segnaletica che indica il castello della Brina, vicino a un ponte sull‘Amola.
Bisogna lasciare l’auto e leggere il cartellone dell’architetto Ghelfi che descrive e illustra l’importanza della Via Francigena.
Quindi in una ventina di minuti si sale rapidamente, tra lecci e noci e arbusti fitti, verso i ruderi del castello.
Un nuovo cartello ci informa delle numerose specie di piante che il botanico Antonio Bertoloni, alla metà dell’800, catalogò in questa zona.
E quindi, tra pietre che scintillano perché contengono mica argentea (si diceva ci fosse un filone d’argento, e qualcuno lo cercò), si arriva alla Brina.
Rovine, massi, un cilindro circolare di pietre abbattuto: ecco quanto resta, anche se una campagna di scavi in atto sta portando alla luce reperti molto interessanti.

La torre fu abbattuta bruciando i legni che ne costituivano la base: un altro cartellone ci informa sulle sue vicende, complicate e piene di guerre per il suo possesso.
La Brina era infatti luogo di passaggio e controllo.
Sorgeva sul colle della Nuda o del Torraccio e aveva quindi un ruolo strategico importante.
Fu nodo di discordie tale, tra i Malaspina e i Vescovi di Luni, che neppure la pace di Dante del 1306 riuscì a metterli d’accordo: e fu più pratico, quindi, dopo l’ultima distruzione, non ricostruirlo più.
Lasciatevi andare al fascino del luogo prima di leggere le complicate vicende della sua storia, fascino che doveva sentire il rappresentante del Vescovo Enrico da Fucecchio, Pino de Santo Stefano, quando, nel prenderne possesso nel 1279, beveva l’acqua dell’Amola e toccava, forse baciava, le pietre e gli stipiti della Brina.

Scendendo tra uliveti e vigneti, per ricongiungersi alla SS 62 della Cisa, ormai in pianura si costeggia sulla sinistra l’ex-biscottificio Falcinelli, oggi sede di botteghe artigianali e dell’atelier dell’artista Giuliano Tomaino, e in cui, nel 1993 si tenne un’importante rassegna d’arte con la partecipazione di Claudio Costa, Antonio Porcelli, Philip Corner, Emilio Isgrò, Jacob de Chirico e tanti altri artisti d’avanguardia a cura del LAB.

Sempre sulla sinistra si intravede la tenuta di Santa Caterina dei Conti Picedi Kihlgren, con la villa ed il parco; si arriva alla statale e si svolta di fronte al muro di cinta della bellissima e irraggiungibile villa Laviosa.
Si torna verso Santo Stefano Magra.
Dopo il cavalcavia in località Bellaso, dove viene segnalato un Parco giochi "2 Gi", svoltando nell’interno si entra nella zona della Ceramica Vaccari sorta, alla fine del XIX secolo, vicino a una cava d’argilla.
L’antica villa padronale in stile liberty è oggi trasformata in casa di riposo; a Carlo Vaccari, genovese, è dedicata una piccola stele con busto del 1924 dalle riconoscenti maestranze della fabbrica, in uno stile che è quello un po’ retorico di quelli anni, accanto alla Chiesa di San Carlo, consacrata nel 1954, e decorata con mosaici eseguiti nella fabbrica stessa.
Il cui edificio è visibile, con esposizione dei prodotti, in fondo alla via.

Riprendendo la via verso Santo Stefano, circa un chilometro dopo, in località Madonnetta, proprio di fronte ai muri che circondano la villa Remedi (sotto a Ponzano, ricordate?), si slarga sulla destra un nuovo complesso edilizio con ampia piazza.
Entrando e svoltando a destra, imboccando una salita ripida si arriva alla chiesa di San Bartolomeo, che qui chiamano il Santuario.
Chiesa che ben merita una visita, perché contiene opere di rara bellezza tra le sue mura intonacate di recente.
Sulla sinistra una Santa Croce e Santi, di Giovanni Antonio Molineri (1571-1631) che operò a Roma ma forse eseguì a Genova questa opera, la cui Maddalena, lussuosamente vestita di seta fa rimpiangere quella nuda e povera della cappella Taddei.
L’opera è tuttavia interessante anche per la presenza di Carlo Borromeo non ancora canonizzato.
Tra le altre opere, una Madonna con Bambino e San Giovannino, del senese Domenico Beccafumi, del 1540, recentemente restaurata.

 

Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana


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Ultima modifica
22.03.2008
Francesco Tacconi consulente ICTRealizzazione
Marco Arfanotti e Francesco Tacconi