Testo di Anna Maria Durante
Nel 177 a.C. i triumviri P. Elio, M. Emilio Lepido e Cn. Sicinio fondarono sulla riva sinistra della Magra la colonia romana di Luna, mentre era ancora in atto la sanguinosa guerra contro i Liguri Apuani.
Le deportazioni degli abitanti, avvenute pochi anni prima, consentirono l’assegnazione di ben 13 ettari di terra a ciascuno dei duemila cittadini romani che presero parte alla fondazione della città.
Costruita sulla costa, dominava la profonda insenatura oggi interrata, chiamata da Strabone “porto di Selene”, divinità greca che i Romani identificarono con Luna-Diana.
Nelle acque calme protette dai venti, Catone radunò nel 195 a.C. la flotta per una spedizione militare in Spagna contro i Cartaginesi, ed il poeta Ennio celebrerà il portus Lunae nei suoi Annali.
All’indomani della vittoria di Ottaviano sugli uccisori del padre adottivo Giulio Cesare, una nuova deduzione di cittadini, patrocinata dal principe, apre il periodo di maggior splendore della città: in età giulio-cludia si realizza il programma di ristrutturazione monumentale dell’area pubblica che si riflette anche nell’edilizia privata.
Allo sfruttamento dei bacini marmiferi delle Apuane, divenuti proprietà della famiglia imperiale in età tiberiana, si deve la fortuna della città.
Dal suo porto le grandi navi lapidarie trasportavano a Ostia e in tutti gli scali mediterranei i blocchi estratti dai bacini di Colonnata, Miseglia, Torano.

La prosperità di Luna continua nei secoli successivi testimoniata da importanti ristrutturazioni edilizie e da documenti epigrafici, ma nel IV secolo d.C. sembra iniziare un periodo di crisi che si concluderà con il crollo degli edifici pubblici e privati della Splendida Civitas a seguito di un traumatico evento sismico.
Nel 416 d.C. il poeta Claudio Rutilio Namaziano in viaggio alla volta della Francia, poteva ancora ammirare la "brillante sorella del sole nello splendido scenario delle Alpi Apuane scintillati di m".
Inizia così il declino della città che troverà comunque significativi momenti di ripresa legati sopratutto alla costituzione della diocesi nell’ambito del V secolo d.C.
Se la rovina dei monumenti e delle abitazioni sembra sancire la fine della città romana, le vicende della Basilica Cristiana, edificata nel V secolo, ricostruita in epoca bizantina, ristrutturata in età carolingia, con importanti rifacimenti nei secoli successivi scandiscono gli eventi che testimoniano la continuità di vita della comunità lunense sotto la guida politica e religiosa dei suoi vescovi.
Negli anni successivi l’occupazione militare di Narsete del 552, Luni diviene centro della provincia Marittima Italorun bizantina e l’antica cattedrale viene totalmente rinnovata grazie all’intervento del “servo di Cristo” Geronzio.
Il nuovo edificio sembra restare indenne dalla distruzione della città, imputata dalla tradizione letteraria al re longobardo Rotari, fedele specchio della vitalità della diocesi e del potere dei suoi vescovi, che battono moneta in una propria zecca e partecipano ai concilii romani fino alla fine del IX secolo.
Ristrutturazioni, rifacimenti ed ampliamenti di età carolingia confermano l’importanza della cattedrale che la documentazione scritta attesta dedicata a Santa Maria.
Le ripetute incursioni saracene e, forse, normanne, l’impaludamento del portus Lunae, provocarono il graduale abbandono della pianura, ormai resa malsana dall’imperversare della malaria, determinando il trasferimento della cattedra episcopale a Sarzana, sede idonea al consolidamento del potere politico e civile dei vescovi.
Spento ogni barlume della vita civile della città perdura, tenace, il legame spirituale ed ideale con la cattedrale lunense: ancora per tutto il XIII secolo i vescovi tornano a Luni per le cerimonie solenni feudali e religiose.
Ma già Dante la ricorda fra le città morte e, nel XV secolo è ormai perduto anche il ricordo della sua nascita e “nessuna speranza rimase della riedificazione” della Splendida Civitas Lunensium.
Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana
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