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- Area dell’antico castello o borgo foitificato
- Castello e torre pentagonale
- Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo
- Sella che isola il promontorio di Nicola dal crinale del monte Boscaccio, contrafforte del confine meridionale della Liguria.
La struttura avvolgente del borgo lascia spazio alla regolarità della piazza centrale, dove la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, incastonata fra le cortine murarie delle case, chiude la prospettiva. La lunghezza del vano, probabilmente un antico recinto fortificato, richiama gli esempi di Vezzano Superiore e di Valeriano, ma anche i primi sviluppi di Fosdinovo e di Caprigliola.
L'anello più esterno dell’abitato è chiuso dal castello con la torre pentagonale che controlla la piana di Luni.
Per andare a Nicola bisogna oltrepassare il Parmignola che oggi appare un piccolo corso d’acqua ma che più di una volta uscì dagli argini lasciando, nel passato, acque stagnanti e putrescenti che provocavano epidemie.
Il paesaggio oggi è ridente e con una sensazione di serenità riconquistata si può salire verso Nicola per tornanti immersi nel verde.
I quali possono essere evitati se si decide di andare a piedi, lasciando l’auto nello spiazzo dopo il ponte.
Dopo circa cinquanta metri in salita sulla carrozzabile si incontra la vecchia mulattiera che serpeggiando e tagliando le curve porta in circa venti minuti a Nicola.
La storia di Nicola è toccante, come quella di Falcinello.
E una storia di lotte per la sopravvivenza, di povertà, di coraggio: da soli, i circa duecento uomini di Nicola osarono sfidare le armate di Nicolò Piccinino nel 1431.
Che cosa provarono quando li scorsero schierati nella piana, pronti a salire e capirono che non avrebbero potuto sopravvivere? E videro le loro mura bruciate e abbattute e chissà quali altri orrori prima di essere uccisi.
La Signoria fiorentina che era allora padrona di Nicola volle premiare tanta fedeltà, e tre anni dopo fece ricostruire le mura (rimane il suo stemma, il giglio, scolpito nel marmo in un muro di fortificazione).
E alla discesa di Carlo VIII che il difensore deputato della Lunigiana, Gabriello Malaspina, avrebbe dovuto difendere e che invece consegnò al re di Francia, di nuovo Nicola mandò duecento uomini in aiuto a Sarzana; ma furono attratti in un’imboscata e trucidati.
E' una storia di coraggio quella di Nicola, Mikaurìa, forse, e di una grande forza contro avversità di ogni genere: e grazie a quel coraggio oggi abbiamo il dono di vedere e rivivere un borgo medievale quasi intatto, conservato con cura e passione dalla pavimentazione delle vie, con lastre di misure diverse e talvolta sconnesse, alle mura, alle volte che collegano casa a casa, alle Maestà che guardano dall’alto.
Nella piccola piazza di arrivo ci accoglie una fontana, oggi in cemento, una volta in marmo di Luni: sopravvivono nel muro proveniente dalla città romana due piccoli delfini.
E tra loro un mascherone, che oggi ha la bocca incementata, mandava acqua nella vasca.
E il viso del sindaco di Ortonovo, Giacomo Luciani cui, per dispetto, gli abitanti di Nicola fecero passare l’acqua in bocca.
Questa è la storia: nel 1806 Nicola era stato accorpato a Ortonovo dall’amministrazione napoleonica, e il Sindaco di Nicola quindi fu quello di Ortonovo.
Erano anni in cui si voleva fornire i paesi di acquedotti; Nicola non aveva neppure una fonte.
La sua acqua proveniva da cisterne (il paese ne è ancora fornito) e per avere acqua corrente bisognava scendere al Parmignola.
Fatica enorme per tutti, e in particolare per le donne.
Ma il Sindaco di Ortonovo pensava solo al suo paese e rifiutava di portare l’acqua a Nicola: cosicché gli abitanti provvidero a proprie spese e quando l’acqua, dal Parmignola, arrivò finalmente al paese, era il 1867, fecero costruire, a memoria e scherno, questa fontana.
Accanto alla fonte un pannello racconta molte cose su Nicola.
Si sale, entrando per la consueta porta ogivale nel muro fortificato.
Ma sul muro è incastonata una pietra scolpita a forma di statua stele: è opera di uno scultore moderno, che forse voleva ricordare la Statua Stele, di ben altro spessore e bellezza, che a Nicola ha rinvenuta, usata come trabeazione nel muro di una casa.

Le vie si snodano a cerchi concentrici con volte di sostegno: Nicola è tra i più voltati e profumati borghi medievali.
A sinistra della porta d’ingresso, archi murati nelle case ricordano l’antico passaggio per i morti (che non dovevano passare per la porta dei vivi).
A destra troviamo un piazzale con pozzo (collegato alla cisterna sottostante) su cui è stata posta un’altra formella con statua stele.
Maestà di ogni dimensione biancheggiano sui muri.
La strada sale costeggiando le più antiche mura interne e porta alla piazza dell’Acacia: l’albero, ormai bicentenario, è sorretto da pali di ferro.
E stato curato da malattie e funghi.
Ha anche figliato, un’altra acacia ormai cinquantenne.
Una Maestà tra le più belle troneggia sulla piazza: è una Madonna angosciata che mostra il bimbo addormentato sulle sue ginocchia come prevedendo il suo martirio.
Si arriva alla Chiesa, titolata ai Santi Giacomo e Filippo, per una ripida salita: il suo sagrato sorge su una grande cisterna.
Nel 1604 la Chiesa fu ampliata e portata in avanti: lo ricorda la scritta sulla bella facciata: Opus marmoreum erectum anno 1604.
All’interno, la ormai consueta parata di meraviglie.
Un fonte battesimale del 1584 che portava sulla sommità un San Giovanni Battista di raffinata esecuzione che fu rubato, poi ritrovato, e oggi è ben custodito nella sacrestia della chiesa; due reliquiari del 1740 con reliquie di vario genere.
Quindi l’altare dei Santi Rocco e Antonio con un quadro di Fabrizio Pelliccia del 1653 e quindi, sull’altare del Suffragio eseguito, come tutti gli altri, con marmi policromi di provenienza carrarese, una croce d’ambiente lucchese del secolo XIII tra le più antiche della Lunigiana, originariamente posta sulla parete del transetto destro e qui collocata dopo i bombardamenti che hanno danneggiato in modo grave tutto il muro.
Al suo posto è la pala che era sull’altare del Rosario, una Madonna del Suffragio con San Gregorio e Santa Rosa da Lima di Fabrizio Pelliccia e ridipinto da Riccardo Martinelli nel 1672.
Sull’altare due pietre, che facevano parte della primitiva chiesa, con combattimenti di animali e la riproposizione di un antico motivo mesopotamico, una leonessa che uccide un guerriero mordendolo sul collo.
A destra l’altare della famiglia Pucci con una tela di Francesca Prandini del 1666, l’Annunciazione e i Santi Antonio da Padova e Francesco da Paola.
I Pucci provenivano da Firenze dove, nella Basilica dei Servi di Maria, avevano eretto un porticato e un’Annunciazione, nel ‘400.
Propagandavano il culto della Vergine attraverso Maestà anche a Castelnuovo.
E ancora, un’ardesia dipinta con Madonna del Buon Consiglio, forse un ex-voto (del XVII-XVIII sec.), e una lastra tombale di prelato, datata 1525, attribuita a Domenico Gar, che si trova sul pavimento dietro all’altare di marmi policromi del 1706.
Nel transetto a sinistra una grande Pala con Madonna del Rosario e Santi e i Misteri dipinti a corona della Vergine, sull’altare un Cristo in agonia del secolo XVII.
E ancora affreschi del pontremolese Nicolò Contestabile e del genovese Vincenzo Palmieri del 1774 nell’abside e dei bolognesi Domenico Daler e Carlo Corsini nella navata.
Ma non basta: sulle pareti dell’abside, a destra e a sinistra dell’altare, due grandi teorie di Apostoli, ciascuno con il proprio nome e
simbolo, su nicchie che culminano a conchiglia, opera di Francesco
Del Mastro del 1537.
Recita la scritta: Spes psbiteri Dominici De Franziosis et sue domus est in Deo et Sanctis eius / ideo at hoc opus fecit fieri de anno MDXXXVII die XV Octobris (La speranza del presbitero Domenico De Franziosi e della sua casa è in Dio e nei suoi Santi, perciò fece costruire quest’opera nel 15 ottobre dell’anno 1537).
Che cosa significano queste parole, a pochi mesi di distanza dal miracolo del Mirteto a Ortonovo? Sono
molte le possibili congetture.
A destra della chiesa la via, scendendo, porta alla casa dove è stato ospitato San Guglielmo, il santo guerriero protettore di Nicola; una bella maestà recita Inquit Guglielmus quoscumque plagas sanat posta dalla famiglia Barbieri.
Ancora oggi a Nicola si raccoglie e si fa seccare l’erba di San Guglielmo, i cui infusi continuano a “sanare qualunque piaga”.
Nei boschi sotto a Nicola c’è ancora l’ingresso di un’antica miniera di calcopirite aurea, ormai esaurita. Nicola, però, rimane come una piccola pietra d’oro nelle mani di chi l’ha visitata e la porta con sé, andando via.
Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana
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